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La figura di Pier Amato Perretta

Pier Amato Perretta morì la mattina del 15 novembre 1944 presso l'ospedale Niguarda di Milano.  Era stato ricoverato due giorni prima, quando una squadra di fascisti armati fece irruzione nel suo rifugio clandestino di Viale Lombardia e lo ferì gravemente. Aveva chiesto ai medici di non  essere operato, perchè temeva di finire nelle mani dei torturatori.

Dal 9 settembre del '43 P.A.Perretta era nel mirino dei nazifascisti. Quel giorno aveva incitato, con un comizio appassionato, i cittadini comaschi ad organizzarsi in Guardia nazionale per armarsi e preparasi a combattere i fascisti e i tedeschi. La richiesta al Comandante del Distretto militare di Como di distribuire armi al popolo non trovò accoglienza. Lasciò Como. I fascisti lo credevano in  Svizzera. In realtà dopo un breve soggiorno in Toscana, dove lasciò la moglie e la figlia, tornò a Milano. Con il nome di battaglia "Amato"entrò nella Resistenza, curò i collegamenti tra il Comitato militare di Como e il CVL di Milano. Aiutò a raccogliere armi e mezzi per  le formazioni partigiane del comasco. Partecipò a diverse missioni in Piemonte e in Lombardia. Un delatore lo tradì consentendo ai fascisti di catturarlo e ucciderlo.

 

P. A.  Perretta aveva quasi 60 anni quando morì. Era nato a Laurenzana, in Basilicata nel 1885. I genitori appartenevano a famiglie di salde tradizioni risorgimentali. Crebbe nel culto della libertà e della giustizia. Divenne uno dei più giovani magistrati del regno d'Italia, assegnato al tribunale di Napoli. Nel 1910 sposò Emma De Feo, avellinese, appartenente a una famiglia di avvocati e magistrati di altissimo livello. Con lei ebbe quattro figli, Lucio Vero (1912), Fortunato Felice Libero Austero (1914), Vittoria Elena Antonietta (1916) e Giusto Ultimo (1919).

Il suo impegno fu sin dall'inizio volto ad affermare il valore dell'indipendenza e dell'autonomia della Magistratura dal potere politico. Fu attivo da subito nella  Associazione dei magistrati, costituitasi a Milano nel 1909. Si battè, con spirito combattivo, per riforme incisive dell'ordinamento giudiziario. Idee e proposte che ancora oggi risultano pienamente attuali.

La sua esperienza di magistrato,(dopo Napoli a Locorotondo e poi a Conselve in Veneto) lo portò a scontrarsi con la protervia dei potentati politici locali. La sua  difesa dell'indipendenza del magistrato dalla politica lo rese inviso agli occhi dei  vertici della Magistratura, propensi ai compromessi. Tentarono in ogni modo di piegarlo, con richiami  e minacce, senza però riuscirvi.  

Nel 1915 con il grado di sergente fu mobilitato per la guerra. Inquadrato in un Reggimento di bersaglieri fu al fronte fino all'ottobre del 1917, quando venne destinato al tribunale di guerra prima in Albania e poi  a Napoli.  Qui maturò una esperienza che lo portò ad affermare che "in Italia si sopprimono le cose necessarie e, si mantengono le inutili" e tra queste indicava i tribunali militari "inutili in tempo di pace, inidonei in tempo di guerra", proponendone la chiusura, con un risparmio di personale e di locali.

Nominato giudice fu inviato al Tribunale di  Como nel febbraio del 1921, alla vigilia della presa del potere da parte dei fascisti. Non rinunciò alle sue battaglie in difesa dell'indipendenza della magistratura. Così nel 1924  un suo ordine del giorno venne votato dai magistrati lombardi 

nel quale si affermava che la "maggiore autonomia ed effettiva indipendenza della loro funzione" era necessaria  "non per loro prestigio" ma "per massima comune garanzia". Ma l'episodio determinante per il suo trasferimento da Como fu la sentenza con la quale la Commissione per l'impiego privato da lui presieduta, nell'aprile 1925 condannò l'on. Edmondo Rossoni, capo del sindacato fascista, a pagare retribuzioni e liquidazioni a favore di tre ex sindacalisti licenziati.  Attilio Teruzzi boss fascista comasco, da poco nominato sottosegretario agli Interni e fiduciario del Rossoni a Como, si impegnò con ogni mezzo per farla pagare al Perretta. Fu così avviata la pratica per il suo trasferimento ad altra sede, contro cui Pier Amato Perretta si oppose con ogni mezzo legale. Scriverà nel ricorso presentato al Re contro il  provvedimento punitivo, considerato un atto di rappresaglia politica: "Non sono fascista, nè filofascista e non vi è alcuna probabilità che lo diventi fino a quando durerà la lode e la tutela della violenza, fino a quando i nati della stessa terra si chiameranno "dominati" e "dominatori" e non già soltanto "fratelli".

Tra gli attestati di stima e di solidarietà che giunsero al Perretta in quel frangente, spicca quello di Eugenio Rosasco, imprenditore tessile di saldi ideali liberali,che in una lettera ebbe modo di scrivere: “Per lei, che ‘vergin di servo encomio’ non ha mai voluto piegarsi al partito dominante, mantenendo con dignità e fermezza la sua completa libertà spirituale e la piena indipendenza di giudizio, il minacciato provvedimento è un vero omaggio che il fascismo rende alla sua intemerata coscienza; e, mentre le esprimo la mia piena solidarietà, mi annovero, non pensando che ella possa opporsi validamente al nuovo sopruso del regime e rimanere a Como, onore della nostra magistratura non viziata dalla nuova atmosfera, fra i suoi amici ed ammiratori."

 

 

Respinto il ricorso Perretta preferì lasciare la magistratura e dedicarsi all'avvocatura, tra mille ostacoli e sotto continua minaccia di violenze da parte dei fascisti, dai quali era "odiatissimo". Violenze che divennero concrete in più occasioni, fino all'arresto nel 1926 e alla condanna a due anni di confino a Laurenzana, poi tramutato in tre anni di domicilio coatto, per serie motivazioni famigliari.

Malgrado la difficilissima situazione economica in cui si era venuto a trovare, non rinunciò  all'impegno in difesa dei suoi ideali. Aderì alla massoneria, partecipò all'Unione  hallesista italiana, (associazione di natura culturale che propugnava idee innovative in campo sociale ed economico) per la quale si impegnò con articoli e lezioni, criticando le scelte di politica economica del governo fascista; scrisse su "Volontà" una rivista di ex combattenti antifascisti, e intensificò i legami con personalità dell'ambiente antifascista comasco, sempre più isolato e minoritario, divenendo un punto di riferimento solido.

Tentò diverse iniziative industriali cercando di mettere a frutto alcune sue innovative scoperte in campo tessile, ma incontrò ostacoli di ogni tipo che ne impedirono il successo.

La guerra arrivò con il suo carico di dolori e di lutti. I figli vennero tutti richiamati alle armi,. Il maggiore, Fortunato, morì sul fronte greco-albanese, Giusto venne catturato dagli inglesi nel 1940 e finì prigioniero in India, Lucio, catturato dai tedeschi dopo l'8 settembre verrà deportato in Germania.

Nel 1941 P. A. Perretta promosse la costituzione della Lega insurrezionale Italia Libera a cui aderirono in breve tempo circa trecento esponenti dell'antifascismo comasco, dai liberali ai socialisti. La Lega era organizzata secondo i moduli della Carboneria risorgimentale e la sua azione clandestina servì a rinsaldare le convinzioni antifasciste di quanti, dopo il 25 luglio 1943, alla caduta di Mussolini, si proposero di guidare la rinascita democratica dell'Italia.  Eugenio Rosasco venne nominato commissario al Comune di Como e tentò in ogni modo di alleviare le drammatiche condizioni materiali di tante famiglie sfollate in città

Dall'esperienza della Lega insurrezionale, con il coinvolgimento dei democristiani e dei comunisti, nasceranno i Comitati di Liberazione Nazionale, guida politica unitaria della Resistenza.

Il 10 agosto 1943 in una lettera indirizzata al figlio Giusto, P. A. Perretta indicava con grande lucidità e lungimiranza quale fosse l'impegno che doveva essere affrontato nell'immediato e in prospettiva: "Il fascismo è finito per autointossicazione, dopo avere avvelenato tutte le sorgenti di vita materiale e morale della nazione. Il bubbone è crepato; ma la disinfezione sarà ancora lunga e penosa. Molti oggi esultano. Io che non mi sono mai curvato al dispotismo, sorrido amaramente pensando che troppi italiani e per oltre venti anni non hanno saputo difendere la loro libertà di cittadini e la loro dignità di uomini. Occorrerà una lunga penitenza per lavare quest'onta e per debellare non solo il fascismo come partito, ma le cause che lo produssero e lo sostennero. Questa tremenda esperienza avrà giovato a qualche cosa? S'impone una rieducazione profonda e costante, altrimenti nemmeno questa lezione servirà".

Fu per coerenza e per amore che P. A. Perretta, decise di impegnarsi, non più giovane, nella lotta clandestina, fino al sacrificio della vita.

A suo nome vennero intitolate alcune formazioni partigiane del Comasco. La città gli ha dedicato una piazza. L'Istituto di storia contemporanea  a lui intitolato, fondato e diretto con passione per tanti anni dal figlio  Giusto, dedicherà, agli inizi del prossimo anno, alla sua figura di uomo libero e di combattente,  un convegno di studi in cui verranno approfonditi i vari aspetti della sua esperienza di magistrato, di  avocato, di antifascista e di partigiano.

Giuseppe Calzati
Presidente dell'Istituto di storia contemporanea P. A. Perretta

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